Roman Volley

La gratitudine della pallavolo

Come tutte le vite, anche quella della pallavolo è un rosario di Storia e di storie, di cifre e di date da sgranare una via l’altra sotto le dita: 1, 2, 3 e via:

123, come gli anni – buon compleanno! – che compie questo sport, il secondo per tesserati in Italia; 1, 2, 3 come i passaggi che i compagni di squadra in campo devono/possono effettuare per provare a fare punto, e ogni punto è la festa: i compagni si guardano e si cercano, si sorridono e si sfiorano, si danno la mano, si chiudono in un cerchio perfetto e si abbracciano, semplicemente sono felici. Eppure c’è qualcosa di singolare in questo sport, un’allegrezza che mai abbandona i giocatori, che si guardano e si cercano, si sorridono e si sfiorano, si danno la mano, si chiudono in un cerchio perfetto e si abbracciano anche quando non fanno punto. E pure alla fine della partita, vincitori o vinti, ci si dispone in riga e si applaude alla partita disputata, al pubblico accorso, all’avversario valente e ogni giocatore, scorrendo sotto rete, dà all’avversario la mano e insieme il suo sorriso; poi di nuovo si cercano i propri compagni.

Come mai?

Quando nel 1892 William George Morgan conosce James Naismith (l’ideatore della pallacanestro) allo Springfield College, sebbene lo ammiri e sebbene ne sarà fortemente influenzato, rimprovera l’assenza di spirito di gratitudine nello sport da poco ideato da Naismith e in più non ama l’idea dello scontro fisico contro gli avversari; non è un caso, allora, che sia il tennis il primo modello a cui Morgan pensa di far somigliare quel giuoco che – con il nome di “Mintonette” – già inizia a prendere forma nella sua testa, e che vedrà la luce solo tre anni dopo, nel 1895 quando Morgan ha solo 25 anni e già insegna allo Ymca di Holyoke. Nel tennis, i giocatori hanno ciascuno la propria porzione di campo e, divisi da una rete, a fine match si corrono incontro per darsi la mano.

È il 9 febbraio 1895, Morgan raduna alcuni insegnanti del suo college per la dimostrazione del suo “protosport” che conquista tutti gli astanti; tra loro, un collega insegnante, Alfred Halsted suggerisce che al nome “Mintonette” (che Morgan aveva ricavato dal badminton) preferisce quello di “Volley-ball”, dato che il pallone deve rimanere sempre in volo. La prima partita, a seguito della dimostrazione del 1895, è stata giocata il 7 luglio 1896.

Nasce così una pallavolo che – ancorché assai cambiata nelle regole: tra le altre, i set arrivavano a 21, i tocchi erano infiniti, la rete era alta 2 metri, i giocatori 5 – non ha mai mutato il suo spirito: la gratitudine. Nell’idea di Morgan, il suo è uno sport corale, di gruppo, in cui atleti con ruoli differenti hanno le stesse opportunità e si pongono il medesimo obiettivo. I compagni formano una squadra in cui ognuno, in campo, ha bisogno dell’altro e, seppure posti a distanza, restano sempre uno a portata di mano dell’altro: il contatto è sempre e solo benevolo, incoraggia e mai scoraggia.

Dunque oltre alle regole, ora nuove e non più le stesse, teniamo sempre a mente, oggi che alla pallavolo facciamo gli auguri, quanto detto da William George Morgan in un’intervista rilasciata alla sera della vita, quando non si sospettavano che gli albori di quel successo mondiale che lo sport da lui inventato avrebbe avuto. “Spero che lo sviluppo della pallavolo nel mondo renda le persone più felici”.

 

Angelo Molica Franco